lunedì 25 luglio 2011
Un bivio tra riflessione ed impulso
Ciò su cui bisogna, però soffermarsi è che bisogna evitare l'azione istintiva quando essa ha un fine negativo e pericoloso, infatti molte volte sentiamo dire di azioni svolte a colpire qualcuno, bisogna agire di volontà, una volontà ragionata, bisogna evitare gli eccessi e combattere affinchè sia il giusto ad affermarsi e non l'errore, per essere concreto tutto questo noi esseri umani, capaci di ragionare, aventi diritto di opinione e di scelta dobbiamo saper cogliere questa unione tra riflessioni, pensieri, sentimenti ed impulsi.
domenica 24 luglio 2011
La società odierna: fonte di speranze difficilmente realizzabili
Però ciò che io voglio dire sia a me stesso, ma anche a coloro che magari un giorno mi chiederanno un consiglio, è che non bisogna scoraggiarsi e non bisogna arrendersi mai, perchè magari un giorno potremmo farcela e raggiungere quell'obbiettivo che sognavamo già da bambini.
giovedì 21 luglio 2011
L'uomo e la sua vita
Tutto ciò non dipende sempre dalla volontà dell'individuo ma è come se ci fosse una forza proveniente dall'esterno che ci obblighi, di occasione in occasione, a mostrare una volta questo, l'altra volta un altro aspetto della personalità. Ed è così che ci sono periodi in cui si mette più in evidenza il lato razionale di un uomo e periodi in cui si lascia cullare dai sentimenti e dalle emozioni.
L'intera vita viene quindi trascorsa come se si fosse un pendolo, i cui punti di estensione massima sono da una parte la ragione dall'altra i sentimenti. Un continuo oscillare da un punto all'altro che prevede necessariamente di passare anche per il "centro", il punto equidistante dagli altri due estremi. Questo è il momento in cui l'uomo si esprime nella sua interezza assoluta poichè non si trova né completamente da una parte, né dall'altra. Riflessioni e impeti, sensazioni e pensieri vengono a miscelarsi creando un'essenza che solo l'uomo in questo particolare momento è capace di creare. Probabilmete questo è il periodo più bello dell'esistenza umana che non capita solo una volta, infatti il pendolo passa per il centro diverse volte durante la sua lenta ma insesorabile oscillazione, però è il periodo più breve perché il pendolo venendo da uno dei due estremi comincia la sua discesa aumentando velocità per poi risalire faticosamente verso l'altro estremo.
Il più breve ma anche il più intenso periodo, tempo in cui l'individuo prende coscienza del fatto che non si è costituiti solo da carne ed ossa ma c'è anche sostanza astratta: "anima" alcuni la chiamano! Agli animali, invece, questo straordinario fenomeno non capita, come se il loro percorso non segue un moto armonico ma arrivando in prossimità del centro hanno una deviazione che non permette loro di godere di un momento a dir poco fantastico.
Ogni uomo, d'altra parte, è diverso da chiunque altro e quindi unico nel suo genere; facile dedurre che l'"oscilazione" cambia impercettibilmente da un individuo all'alro. Infatti dove sta la differenza tra un uomo saggio e uno sprovveduto? Il saggio nel momento in cui si avvia ad intraprendere il percorso di risalita verso un estremo del pendolo, non cancella dalla propria memoria ciò che ha vissuto durante la fase centrale ma ne fa un buon uso, ricordando tutti i momenti felici e non, traendone i migliori insegnamenti, per evitare di lasciarsi abbandonare completamente all'istinto o alla pura razionalità. Lo sprovveduto, al contrario, si lascia trasportare indifferentemente da questa o l'altra parte godendo di piaceri vani ed effimeri, non trovando quindi il senso più profondo della vita.
"In medio stat virtus" dicevano i filosofi antichi...
mercoledì 6 luglio 2011
Il mondo che vorrei
Il mondo che oggi ognuno di noi giovani si trova di fronte si presenta con immense montagne da scalare, la nostra vista non riesce nemmeno a scorgere la cima, la fatica aumenta nell’attesa di trovare qualche appiglio e l’unica certezza che ci rimane è di esser sicuri che si continua a salire senza sapere né a che altezza ci troviamo né quando arriveremo.
Purtroppo, ci ritroviamo alle soglie dell’età adulta e la nostra veduta si limita a pochi metri da noi stessi ormai non sappiamo neanche il significato della parola “orizzonti”, come se fosse accaduto che qualcuno o qualcosa si sia impadronito del nostro futuro e ci abbia lasciato con la sola possibilità di guardare al passato e rimpiangere i bei vecchi tempi. La generazione precedente alla nostra, da quanto ho letto dai libri di storia e ciò che mi dicono gli adulti, era più lungimirante nel guardare al futuro e se le certezze mancavano cercava di trovare una soluzione secondaria nel tentare di costruire il progetto del futuro, dell’età adulta. Si scendeva in piazza, si manifestavano i propri dissensi nel modo opportuno senza sconfinare nella volgarità o alzando sgarbatamente troppo i toni. Oggi, invece, ho quasi l’impressione che i giovani (io compreso) si stessero cullando sull’eredità lasciataci da questa generazione come se le cose cadessero dal cielo. D’altro canto, però, non si può pretendere che l’input arrivi dai giovani stessi, ancora con troppa poca esperienza alle spalle per immaginarsi un futuro congruo alle proprie aspirazioni e possibilità. E così ci rendiamo conto che pure le istituzioni, forse le uniche che possano riuscire nell’intento, ci stanno abbandonando, ci stanno lasciando in balìa di noi stessi! Fino a poco tempo fa, uno dei pochi spiragli di luce era la Scuola, l’Università, la Ricerca: oggi è rimasto poco o nulla con i tagli programmati dall’esecutivo italiano. Già ci sono poche prospettive, poi si vanno quasi ad azzerare le speranze di un futuro lavorativo migliore attraverso lo studio, così quando ci troviamo davanti un ragazzo o una ragazza che studia, che ha voglia di scommettere su sé stesso e sul proprio futuro, ci vien da dire: “Ma chi te lo fa fare? Tanto o vai all’estero o il tuo tempo è perso sui libri!”. Mancando il lavoro, cominciano a venire meno le motivazioni per creare una nuova famiglia, per fare investimenti importanti, ecc. il risultato è un’economia ferma quindi uno Stato che arranca tra una difficoltà e l’altra; se arranca oggi, la situazione sarà ancor più malridotta un domani con i giovani che non sanno che pesci prendere. In un paese industrializzato e all’avanguardia come l’Italia, sentir dire una cosa del genere dovrebbe far vergognare tutti coloro i quali ci governano, perché secoli di storia e cultura che ci portiamo alle spalle che hanno fatto diventare il nostro paese uno tra i più importanti al mondo (se non il migliore), si stanno via via perdendo in corruzione e disinteresse totale. Secondo il mio modesto modo di vedere, una persona che nel contesto lavorativo non asseconda la passione di una vita, facendo un lavoro che non lo soddisfa più di tanto, è segno di una decadenza generale che vede le persone costrette a fare un lavoro che non piace solo per ragioni economiche. Allo stesso momento nella vita contemporanea avere un lavoro è diventata una fortuna, quasi un terno al Lotto… E domani come sarà? Ammesso e non concesso che la situazione peggiori, quali saranno le prospettive lavorative per i giovani di oggi e gli adulti del domani? Con un tasso di disoccupazione che aumenta chi dà le certezze opportune a coloro che un domani saranno la parte attiva della società italiana?
Beh, dare una risposta esaustiva con queste condizioni storiche a tutte queste domande messe insieme si rivela alquanto difficile. Una delle cose che invece a mio parere si potrebbe fare è cominciare a rispondere un po’ per volta ad almeno una di queste domande per poi passare una dopo l’altra a dare le migliori soluzioni a una generazione giovanile che si sta smarrendo tra mass-media e social network vari. Bisogna che ognuno si dedichi verso qualcosa che lo gratifichi non tanto in vista di un successo futuro quanto per esprimere al meglio sé stessi in un mondo che inavvertitamente corre e noi non possiamo assolutamente rimanere indietro.
sabato 2 luglio 2011
venerdì 1 luglio 2011
Federico De Roberto
Tutte le altre opere di De Roberto restano su un piano inferiore a quello dei romanzi principali, squilibrate come sono dal gusto per le complicazioni psicologiche o dalle tentazioni documentarie che si traducono in un discorso minuzioso e un po' grigio, nella costruzione del quale la ricerca di stile sempre tenacemente perseguita si riduce a un lavoro un po' gratuito e a un fraseggio arido e faticoso: La sorte (Milano, 1887) e Documenti umani (Milano, 1888); La morte dell'amore (Napoli, 1892); Spasimo (Milano,1897); Gli amori (Milano, 1898); Come siamo (Torino, 1901); La messa di nozze (Milano, 1908); Al rombo del cannone (Milano, 1918), mediocri bozzetti ispirati alla prima guerra mondiale; Ironie (Milano 1920); Le donne e i cavalier (Milano, 1923). Critico assai fine per penetrazione psicologica, De Roberto ha scritto un saggio su Leopardi (Milano 1898) e un'opera su Verga (Casa Verga, Firenze, 1966) assai notevole ma rimasta incompiuta; inoltre ha pubblicato i volumi di saggi: Arabeschi (Catania, 1883); L'amore (Milano, 1895) tipica ricerca psicologica e fisiologica sull'amore, nel gusto positivistico. Una pagina di storia dell'amore (Milano, 1898); Il colore del tempo (Palermo, 1900); L'arte (Torino, 1901); Catania (Bergamo 1907); Randazzo e la valle dell'Alcantara (ivi, 1909); All'ombra dell'ulivo (Milano, 1920). Inoltre compose alcune opere teatrali: Il cane della favola (1912); La lupa (in collaborazione col Verga, Noto, 1932); Il rosario (1940).
Uno sguardo a I Viceré
Il romanzo narra, sullo sfondo delle vicende storiche risorgimentali e post-risorgimentali, dal 1850 al 1880, le vicende della famiglia Uzeda di Francalanza, di origine spagnola, soprannominata i Viceré a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo. Il libro si apre con la morte della vecchia principessa Teresa, crudele e dispotica; intorno al suo testamento nascono le interminabili liti dei figli e dei parenti, e soprattutto fra il primogenito Giacomo e il fratello minore Raimondo, che la morta ha, contro la tradizione, equiparato nell'eredità dei beni di famiglia. Dei vari membri della famiglia Uzeda il romanzo segue fedelmente a passo a passo le vicende: anzitutto quelle dei fratelli cadetti del defunto principe Consalvo marito di Teresa. Gaspare, duca d'Oragua, contrariamente al resto della famiglia, strettamente legata ai Borboni, ha tendenze liberali; durante la rivoluzione del 1848 non é rimasto insensibile alla causa degli insorti, pur sapendosene ritrarre a tempo al momento della reazione borbonica. Lo stesso atteggiamento ambiguo in equilibrio fra l'ossequio ai Borboni e le cospirazioni liberali il duca tiene fino al 1860, quando diventa l'autorità politica più importante di Catania, riuscendo a farsi eleggere per numerose legislature al parlamento italiano: approfittando della sua posizione e curando più i suoi interessi che quelli degli elettori conquista gloria e ricchezza di cui, come tutti gli Uzeda, si rivela particolarmente avido; e infine viene nominato senatore. Don Blasco, fratello di Gaspare, é stato costretto a farsi frate, ma nel convento aristocratico di S. Nicola, dove gode della massima libertà: violento, litigioso, donnaiolo, don Blasco è uno dei più felici personaggi creati da De Roberto, che lo descrive con un tono di grandiosa epicità che a tratti sfiora il grottesco. Privo di ogni vocazione religiosa, in perpetua lite con i parenti ma curioso dei loro affari fino all'ossessione, bestemmiatore e goloso, quando i conventi vengono soppressi ed egli é ridotto allo stato laicale, pur essendo stato uno dei più accaniti difensori dei Borboni e dei diritti della Chiesa, non esita a comprare i beni conventuali e speculando con i titoli di stato, si conquista un'immensa ricchezza. Il cavaliere don Eugenio rimane il più povero dei fratelli: scacciato dalla corte di Napoli per irregolarità amministrative, si riduce a vivere di espedienti, senza potersi mai sollevare dalla miseria, neppure quando riesce a far pubblicare la sua grande opera araldica L'araldo siculo. La sorella Ferdinanda, rimasta zitella per volontà della madre, esercitando l'usura riesce a poco a poco a raccogliere un ingente patrimonio, senza cessare mai di occuparsi degli affari di famiglia in difesa della sua unità e delle tradizioni aristocratiche, irriducibile nella sua avversione ai liberali e nelle sue nostalgie borboniche.
Andrea Camilleri
«Oddio… Oddio… Mi piglia a pagnittuna?»
«Sì, accussì si sveglia».
«Oddio… a botte mi vuole ammazzare?»
«Ma quali botte! Che è questo feto?»
«Addosso mi cacai, commendatore. Prima di… mi consente una preghiera? Posso recitare l’atto di dolore? Mio Dio, mi pento e mi dolgo».
«Un critico letterario dei giorni nostri ha dichiarato che non riesce a capire come si possa legare ad un luogo una vita, e l’opera di tutta una vita; per parte nostra non riusciamo a capire come si possa far critica senza aver capito questo inalienabile e inesauribile rapporto, in tutte le sue infinite possibilità di moltiplicarsi e rifrangersi, di assottigliarsi, di mimetizzarsi, di essere rimosso e nascosto. Nessuno è mai riuscito a rompere del tutto questo rapporto, a sradicarsi completamente da questa condizione; e i siciliani meno degli altri».
«C’è una fedeltà al di fuori della quale se l’autore si mette, rischia di essere orfano, rischia che la sua terra gli diventi matrigna», dichiarava lo scrittore di Favara Antonio Russello nella premessa al romanzo La luna si mangia i morti (1963).
Del resto, lo stesso Camilleri, nella nota introduttiva a Il corso delle cose (1978), non ha fatto misteri sulla sua incapacità di ambientare una storia di fantasia in un luogo che non fosse la Sicilia, ammettendo di non sapere fare altro che calare quella storia «para para nelle case e nelle strade che conosce». «Ambientare un racconto – continua nella stessa nota Camilleri – a Londra o a Nuovaiorca resterà l’ambizione massima e purtroppo sempre delusa dell’autore: egli, non possedendo la fantasia di un Verne e francamente restìo all’aeroplano, di queste città conosce soltanto quello di cui l’informano il cinematografo e la TV».
Ecco, dunque, i due poli geografici dell’immaginazione di Camilleri, nei quali la sua fantasia ogni volta si inzuppa, come scriveva Sciascia a proposito di Pirandello, di quei fatti grotteschi, bizzarri, ma anche pietosi, che vi accadono, e che ogni volta sono andati a infoltire quelli che prepotentemente vivono nella sua memoria e che sono stati immortalati nelle deliziose pagine de Il gioco della mosca (1995), diario-testimonianza della vita di Camilleri in Sicilia, e nella fattispecie a Porto Empedocle, le cui pagine si vanno ad affiancare, per intenzione, per sentimento e per la salvaguardia di memorie al servizio d’un luogo familiare, a quelle di Occhio di capra (1982) di Leonardo Sciascia, di Museo d’ombre (1982) di Bufalino e di L’incominciamento (1983) di Bonaviri. Si tratta di una raccolta di «microstorie», di vere e proprie «storie cellulari», che funge da magico «serbatoio», dal quale Camilleri attinge materiale per plasmare i suoi personaggi e per dar forma alle sue storie, sprigionando inevitabilmente una notevolissima forza evocativa.
In sostanza, nelle opere di Camilleri si configura la stessa mappa geografica tracciata da Pirandello in gran parte delle sue novelle e in romanzi come Il fu Mattia Pascal e I vecchi e i giovani. Da una parte, dunque, Porto Empedocle che, prima di diventare comune autonomo, era una borgata di Agrigento: la cosiddetta «Borgata Molo», come racconta la stesso Camilleri in Biografia del figlio cambiato (2000), che contava quasi tremila anime, la cui vita era legata al traffico portuale di zolfo, sale, grano. La separazione da Agrigento avverrà nel 1853: da allora, quel paesino sulla costa meridionale della Sicilia godrà di un’amministrazione autonoma e indipendente. Porto Empedocle quindi, come anni prima Girgenti per Pirandello, diventa inevitabilmente per Camilleri «il luogo della metamorfosi», per usare un’espressione cara al grande Giacomo Debenedetti, una sorta di Spoon River mediterranea, «elemento catalizzatore» della fantasia dello scrittore siciliano. E come l’autore di Uno, nessuno, centomila non ha quasi mai potuto fare a meno di «raccontare Girgenti, e soprattutto i fatti di Girgenti», così Andrea Camilleri non ha fatto altro che ritornare, con la fantasia, nei suoi luoghi d’origine; anzi, da quei luoghi Camilleri, almeno con la fantasia, non si è mai allontanato.
Se è vero, dunque, che nelle pagine dell’autore del Re di Girgenti, nella fattispecie nei romanzi storici La strage dimenticata, La stagione della caccia e La bolla di componenda, e nella saga del commissario Montalbano, ritroviamo il paese di Porto Empedocle, è anche vero che ad esso fa quasi sempre da contraltare la città di Agrigento, che nelle opere di Camilleri diventa, pirandellianamente, Montelusa, riconoscibilissima nelle descrizioni del centro storico, e soprattutto della zona del Rabato, il quartiere di cui Pirandello ha indagato, nella sua tesi di laurea, la parlata cantilenante e pittoresca. «Alzò gli occhi, così pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Rabato, che pareva il braccio su cui s’appoggiasse così lunga sdraiata, se gli riusciva di scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch’era la sua parrocchia. Aveva là preso un casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre…. Si rivedeva ragazzetto, trascinato per mano dalla madre e su su per tutti quei vicoli a sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti, e tutti in ombra, oppressi dai muri delle case sempre a ridosso…».
Così Pirandello, nella novella Il vitalizio.
Leggere quindi i romanzi di Camilleri ambientati nell’ultimo scorcio dell’Ottocento significa comprendere qualcosa in più dei siciliani, dei loro destini, delle tracce che nel loro DNA hanno lasciato secolari convivenze coi normanni, francesi e spagnoli, come accade ad esempio con Un filo di fumo (1980), dove, più che le parole, collocate dall’autore sulla pagina in modo tale da creare un balletto scatenato, quasi una sfrenata operetta, a prendere miracolosamente forma sono i gesti, gli atteggiamenti, le movenze tipicamente siciliane.
Tutto ciò viene fuori grazie soprattutto alla totale oggettività narrativa che Camilleri raggiunge in certe sue opere, come La concessione del telefono (1998) o La scomparsa di Patò (2001). In esse, infatti, come ha già notato Raffaele La Capria, l’autore di La bolla di componenda (1993) riesce ad annullare l’io narrante, quasi a sopprimerlo, facendo esistere solamente i fatti, il più delle volte irresistibili, e un linguaggio travolgente.
Leggendo i dialoghi, si ha come l’impressione di starsene a teatro, e di assistere alla messa in scena di una commedia irresistibile. È come se ad un certo punto Camilleri, valorizzando al massimo «il teatralismo intrinseco della scrittura», per dirla con Nino Borsellino, infondesse la vita ai suoi personaggi cartacei, che inopinatamente si sollevano come tanti Lazzaro dalla pagina. Una pagina che si anima, che diventa palcoscenico.
Il tutto, come sovente accade, volto decisamente al divertimento, in una mirabile summa dei temi a Camilleri più cari. E questa particolare forza comica dell’arte dello scrittore empedoclino riesce quasi sempre a capovolgere il tono tragico che caratterizza gran parte della letteratura isolana, quell’abitudine di tanti nostri autori a far indossare ai propri personaggi, sotto le vesti della festa piene di lustrini e di paillettes, i panni neri del lutto, come accade in Pirandello e in Brancati ad esempio. Una forza comica che Camilleri, come ha scritto Enzo Siciliano, ha scovato sia nel teatro, quello di Angelo Musco, che nella storia dell’isola, nelle carte che quella storia contengono.
E il serbatoio per la ridda di raggiri, intrighi, macchinazioni, congiure che prende corpo nelle pagine di Camilleri, gli deriva dalla famosa Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia 1875-1876 (pubblicata dall’editore Cappelli nel 1968). Si tratta dell’inchiesta parlamentare del Senato, basata sulle dichiarazioni ufficiali rilasciate da funzionari di polizia, prefetti, sindaci, una vera miniera d’oro di fatti e informazioni. È da lì che lo scrittore empedoclino ha ricavato la famosa risposta data all’interrogante che si informava su possibili fatti di sangue verificatisi in un paesino siciliano: «No. Fatta eccezione del farmacista che per amore ha ammazzato sette persone».
Con Camilleri, dunque, è come se la componente dolorosa e funesta di tante pagine della nostra letteratura, che ci fa pensare a Verga, a De Roberto e a Tomasi di Lampedusa, venisse ad un tratto disciolta grazie agli acidi corrosivi della sua Musa. Una Musa che dà il meglio di sé in quello che può essere considerato il capolavoro di Camilleri, Il birraio di Preston (1995), vera e propria opera buffa dal ritmo indiavolato, nella quale prendono corpo magistralmente le attitudini sperimentali dello scrittore empedoclino, il suo saper scomporre i tempi narrativi e far germinare, da una storia cellulare, un vasto reticolato di storie minime, che si intrecciano splendidamente; un’opera buffa dal superbo impianto polifonico, nella quale, come ha scritto Gianni Bonina, sono contenute «le crisalidi» che felicemente germineranno nelle opere successive.
Lo stesso autore, in appendice a Il corso delle cose, aveva confessato il suo idiosincratico rapporto con la lingua italiana, al punto tale da ammettere che, nella prima stesura del libro, le parole adoperate non gli appartenevano interamente: «Me ne servivo, questo sì, ma erano le stesse che trovavo pronte per redigere una domanda in carta bollata o un biglietto d’auguri. Quando cercavo una frase o una parola che più si avvicinava a quello che avevo in mente di scrivere immediatamente invece la trovavo nel mio dialetto o meglio nel “parlato” quotidiano di casa mia. Che fare? A parte che tra il parlare e lo scrivere ci corre una gran bella differenza, fu con forte riluttanza che scrissi qualche pagina in un misto di dialetto e lingua. Riluttanza perché non mi pareva cosa che un linguaggio d’uso privato, familiare, potesse avere valenza extra moenia. Prima di stracciarle, lessi ad alta voce quelle pagine ed ebbi una sorta d’illuminazione: funzionavano, le parole scorrevano senza grossi intoppi in un loro alveo naturale».
Un linguaggio, quello di Camilleri, in grado di riprodurre, per dirla ancora con Siciliano, «il discorrere fra galantuomini nei vecchi circoli di paese, dove l’avvocato o il pretore o il medico o il barone farcivano di sapori e lemmi dialettali il loro italiano ora ironico, ora sprezzante», e di evocare, sorprendentemente, le sfumature e i chiaroscuri della Sicilia, terra ricca di colpi di teatro, di aneddoti, prodiga di ammiccamenti e controversie sottilissime.
E in questo senso, il romanzo più rappresentativo dell’intera sua produzione è sicuramente La mossa del cavallo (1999), ambientato verso la fine dell’Ottocento nella campagne e nei paesi della provincia di Montelusa, tra Zammùt, Caltabellotta, Comitini e Cianciana, laddove «i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette meditate, e le grassazioni e l’abigeato, e i sequestri di persona sono continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell’asprezza delle fatiche che abbrutiscono, delle vaste solitudini arse, brulle e malguardate». Una Sicilia dell’interno, quella de La mossa del cavallo, abbandonata da Dio e dagli uomini, arida, riarsa. Al centro del romanzo, troviamo la figura di Giovanni Bovara, ispettore capo ai mulini di Montelusa, un siciliano che parla genovese e che sarà testimone dell’uccisione di un prete. Proprio Bovara, inviso manco a dirlo al potere mafioso, verrà accusato dell’omicidio, in un drammatico, kafkiano rovesciamento dei ruoli. Ma l’integerrimo ispettore capo, che sa il fatto suo, reagisce ricorrendo a una mossa imprevista, quella del cavallo appunto, grazie alla quale riuscirà ad affermare la propria estraneità al misfatto. Una mossa che consiste nell’abbandonare la lingua italiana e il dialetto genovese e nel recuperare il dialetto natale, nel riappropriarsi della parlata ancestrale, originaria, e con essa, soprattutto, della mentalità dei siciliani, del loro modo di ragionare. È la lingua, dunque, la grande metafora di questo romanzo storico; un romanzo che è, soprattutto, una straordinaria dichiarazione di poetica in atto, un vero e proprio manifesto programmatico.
Ma qual è, viene a questo punto da chiedersi, la genesi del linguaggio reinventato da Camilleri? Certo, il suo impasto linguistico rappresenta una assoluta novità, distante com’è dalla ricerca linguistica quasi archeologica di Vincenzo Consolo, dal groviglio di dialetti e lingua colta di Stefano D’Arrigo, dal barocchismo di Gesualdo Bufalino, dal suo viluppo verbale liberty e decadente, dal futurismo lessicale di Antonio Pizzuto. Eppure, senza le ossessioni espressive degli autori appena citati uno scrittore come Camilleri non sarebbe immaginabile. E però la lingua messa a punto dall’autore del Birraio di Preston affonda le sue radici essenzialmente in due testi: La paura di De Roberto, come ha sospettato Natale Tedesco, un racconto ambientato in una trincea del ’14, dove si trovano soldati provenienti da tutta Italia, in una situazione di estrema difficoltà, in cui ognuno può lasciarci la pelle, e dove tutti i sentimenti, le sensazioni, gli stati d’animo, le reazioni di fronte all’assoluto che è la morte, da quei soldati vengono espressi e manifestati nei loro dialetti di origine.
E poi, di fondamentale importanza, la traduzione del Ciclope di Euripide effettuata da Luigi Pirandello nel 1918 e quasi mai citata dagli studiosi che hanno indagato la produzione di Camilleri. Un testo che lo scrittore di Porto Empedocle conosce a memoria, per averlo messo in scena più volte in Sicilia, a Tindari, a Taormina, a Siracusa, a Segesta e ad Agrigento, come lui stesso racconta ne L’ombrello di Noè (2002), e che puntualmente rivive, come ha scritto Mauro Novelli nel saggio intitolato L’isola delle voci e inserito nel Meridiano Mondadori che raccoglie i romanzi e i racconti con al centro il commissario Montalbano, «attualizzata e articolata, nella tastiera linguistica percorsa da Camilleri nella propria narrativa”.
Basti prendere in considerazione le parole con cui Ulisse, combinando insieme vocaboli e atteggiamenti sintattici della lingua e del dialetto, compare sulla scena: «Amici, / per favuri, vulissivu ‘nsignàricci / quarchi deflussu d’acqua pi smorzàrinni / la siti che nn’avvampa, e – peracasu - / quarchedunu di vàutri voli vìnniri / quarchi provista a nàutri navicanti?».
Sono versi, questi, che sembrano scritti direttamente da Camilleri, e che subito richiamano alla memoria le frasi farneticanti e sconnesse di Catarella, personaggio abnorme della fantasia dello scrittore empedoclino. Ma andiamo avanti nella lettura del Ciclope: «Sceccu! Quest’otri, appena la sdivachi / si rifà china, subbitu da sé”, e ancora: “Nni voi prima assaggiari / un sorsellinu?», oppure: “T’ha ‘nfilatu per beni / il cannarozzu?”, e poi: «Se dicu una bucìa?». Ci si trova, dunque, di fronte a una lingua ridicola, a una specie di caricaturale italiano sicilianizzato; in sostanza si tratta di una lingua maccheronica, che crea situazioni altamente comiche.
Come si è visto dunque, la lingua inventata da Camilleri affonda le sue radici in questa Sicilia terragna, arcaica, che gli viene mediata tramite il filtro pirandelliano della traduzione del Ciclope, e che quasi sempre denuncia la necessità di identificare più concretamente gli spazi delle azioni, di calare i personaggi e gli eventi in luoghi e tempi specifici, sebbene parzialmente immaginari.
Facendo poi un salto temporale di più di un secolo, si arriva alla Sicilia dei nostri giorni, scenario delle avventure del commissario Salvo Montalbano nei romanzi polizieschi tutti editi dalla casa editrice Sellerio, La forma dell’acqua (1994), Il ladro di merendine (1996), La voce del violino (1997), La gita a Tindari (2000), L’odore della notte (2001), Il giro di boa (2003) e nelle raccolte di racconti pubblicate da Mondadori Un mese con Montalbano (1998), Gli arancini di Montalbano (1999) e La paura di Montalbano (2002). Montalbano è stato definito uno degli investigatori più «autentici» che la letteratura poliziesca abbia prodotto: armato di buon senso, dotato di un ottimo fiuto, il commissario di Vigàta è uno sbirro di nascita, che ha nel sangue l’istinto della caccia e che si nutre di «buone, talvolta raffinate letture». Sa chi è Antonio Pizzuto, come si evince dal racconto intitolato Miracoli a Trieste (Un mese con Montalbano), un «questore, capo dell’Interpol, che di nascosto traduceva filosofi tedeschi e classici greci», «il più grande scrittore d’avanguardia che noi abbiamo avuto»; Montalbano, inoltre, divora i libri di Sciascia, assapora le poesie di Virgilio Giotti, conosce Jan Potocki, autore del Manoscritto trovato a Saragozza.
