Quiz del secolo

lunedì 25 luglio 2011

Un bivio tra riflessione ed impulso

In ogni giorno dellapropria vita noi esseri viventi ci troviamo di fronte a delle scelte. Scelte da ponderare, da saper cogliere l'importanza di esse affinchè si arrivi ad agganciare ciò cui si è sperato ottenere da tempo. Bisogna, però specificare che queste scelte, ma anche le varie azioni quotidiane non sono sempre frutto di riflessione, di ponderazione, ma molte volte noi uomini agiamo di istinto a causa dei sentimenti o degli impulsi del nostro io. E' capitato a tutti di non riflettere su delle scelte o delle azioni da compiere, ma noi essendo uomini e quindi esseri dotati di intelletto dovremmo ragionare soprattutto sulle cose importanti. D'altronde ciò che ci distingue dagli animali è proprio la capacità di ragionare, di non agire istintivamente. Quando parliamo di istinto, però non dobbiamo far riferimento per forza a qualcosa di negativo, molte volte agire in un istante è frutto di una scelta dettata da sentimenti, dal cuore e non dal cervello ed essa non è sempre sbagliata. Inoltre è soggettivo il modo di scegliere in ognuno di noi, c'è chi riflette, pensa prima di dire, di giudicare e dopo arriva la decisione e in questo caso si pone la nostra testa a capo delle nostre scelte. C'è chi invece agisce di impulso, ma non sempre le due cose sono separate, infatti secondo il mio parere ci può essere una sorta di unione che l'individuo con le sue caratteristiche, con la sua personalità deve saper cogliere.

Ciò su cui bisogna, però soffermarsi è che bisogna evitare l'azione istintiva quando essa ha un fine negativo e pericoloso, infatti molte volte sentiamo dire di azioni svolte a colpire qualcuno, bisogna agire di volontà, una volontà ragionata, bisogna evitare gli eccessi e combattere affinchè sia il giusto ad affermarsi e non l'errore, per essere concreto tutto questo noi esseri umani, capaci di ragionare, aventi diritto di opinione e di scelta dobbiamo saper cogliere questa unione tra riflessioni, pensieri, sentimenti ed impulsi.

domenica 24 luglio 2011

La società odierna: fonte di speranze difficilmente realizzabili

All'interno della società in cui ci troviamo a vivere conviviamo con problemi di varia natura. La società odierna, ma penso anche quella del passato, non è tutta rose e fiori e se da piccoli viviamo tutto ciò che ci circonda in maniera positiva, ad una certa età invece comprendiamo come stanno veramente le cose. Comprendiamo quali problemi ci troviamo di fronte, problemi da affrontare se vogliamo raggiungere l'obbiettivo prefissato e desiderato sin da piccoli e se sembrava un obbiettivo semplice, alla portata, capiamo che in realtà non è cosi. Quindi affrontando ciò che la società ci pone davanti, questi paletti che tanto ci irritano, perchè ci separano dal raggiungimento di questi sogni, di ciò che abbiamo sperato di toccare, di raggiungere e che continueremo a sperare, perchè non vogliamo arrenderci, potremmo farcela. Molte volte, però crediamo che ci sia una soluzione e in realtà esiste veramente, ma non è la soluzione che porta tutti alla meta desiderata. A chi non è mai capitato di pensare, se studio riguardo l'ambito in cui voglio realizzarmi posso arrivare a ciò cui ambisco. Per me in parte è cosi, ma da un altro lato sentiamo o conosciamo persone che ci sono già passate e che non ce l'hanno fatta, pur avendo impegnato molti anni della propria vita nella preparazione, affinchè arrivassero a quella tanto ambita meta.

Però ciò che io voglio dire sia a me stesso, ma anche a coloro che magari un giorno mi chiederanno un consiglio, è che non bisogna scoraggiarsi e non bisogna arrendersi mai, perchè magari un giorno potremmo farcela e raggiungere quell'obbiettivo che sognavamo già da bambini.

giovedì 21 luglio 2011

L'uomo e la sua vita

L'uomo da sempre si è distinto nella storia per il fatto che nessun altro individuo animale riesca ad emularlo in quanto a creatività, sensazioni, emozioni e soprattutto ragione. Nonostante tutto, però, ci sono momenti in cui la personalità di un uomo non si mostra affatto nella sua completezza bensì mostra solo ed esclusivamente determinati lati della propria personalità.

Tutto ciò non dipende sempre dalla volontà dell'individuo ma è come se ci fosse una forza proveniente dall'esterno che ci obblighi, di occasione in occasione, a mostrare una volta questo, l'altra volta un altro aspetto della personalità. Ed è così che ci sono periodi in cui si mette più in evidenza il lato razionale di un uomo e periodi in cui si lascia cullare dai sentimenti e dalle emozioni.
L'intera vita viene quindi trascorsa come se si fosse un pendolo, i cui punti di estensione massima sono da una parte la ragione dall'altra i sentimenti. Un continuo oscillare da un punto all'altro che prevede necessariamente di passare anche per il "centro", il punto equidistante dagli altri due estremi. Questo è il momento in cui l'uomo si esprime nella sua interezza assoluta poichè non si trova né completamente da una parte, né dall'altra. Riflessioni e impeti, sensazioni e pensieri vengono a miscelarsi creando un'essenza che solo l'uomo in questo particolare momento è capace di creare. Probabilmete questo è il periodo più bello dell'esistenza umana che non capita solo una volta, infatti il pendolo passa per il centro diverse volte durante la sua lenta ma insesorabile oscillazione, però è il periodo più breve perché il pendolo venendo da uno dei due estremi comincia la sua discesa aumentando velocità per poi risalire faticosamente verso l'altro estremo.
Il più breve ma anche il più intenso periodo, tempo in cui l'individuo prende coscienza del fatto che non si è costituiti solo da carne ed ossa ma c'è anche sostanza astratta: "anima" alcuni la chiamano! Agli animali, invece, questo straordinario fenomeno non capita, come se il loro percorso non segue un moto armonico ma arrivando in prossimità del centro hanno una deviazione che non permette loro di godere di un momento a dir poco fantastico.
Ogni uomo, d'altra parte, è diverso da chiunque altro e quindi unico nel suo genere; facile dedurre che l'"oscilazione" cambia impercettibilmente da un individuo all'alro. Infatti dove sta la differenza tra un uomo saggio e uno sprovveduto? Il saggio nel momento in cui si avvia ad intraprendere il percorso di risalita verso un estremo del pendolo, non cancella dalla propria memoria ciò che ha vissuto durante la fase centrale ma ne fa un buon uso, ricordando tutti i momenti felici e non, traendone i migliori insegnamenti, per evitare di lasciarsi abbandonare completamente all'istinto o alla pura razionalità. Lo sprovveduto, al contrario, si lascia trasportare indifferentemente da questa o l'altra parte godendo di piaceri vani ed effimeri, non trovando quindi il senso più profondo della vita.

"In medio stat virtus" dicevano i filosofi antichi...

mercoledì 6 luglio 2011

Il mondo che vorrei

Il mondo che oggi ognuno di noi giovani si trova di fronte si presenta con immense montagne da scalare, la nostra vista non riesce nemmeno a scorgere la cima, la fatica aumenta nell’attesa di trovare qualche appiglio e l’unica certezza che ci rimane è di esser sicuri che si continua a salire senza sapere né a che altezza ci troviamo né quando arriveremo.

Purtroppo, ci ritroviamo alle soglie dell’età adulta e la nostra veduta si limita a pochi metri da noi stessi ormai non sappiamo neanche il significato della parola “orizzonti”, come se fosse accaduto che qualcuno o qualcosa si sia impadronito del nostro futuro e ci abbia lasciato con la sola possibilità di guardare al passato e rimpiangere i bei vecchi tempi. La generazione precedente alla nostra, da quanto ho letto dai libri di storia e ciò che mi dicono gli adulti, era più lungimirante nel guardare al futuro e se le certezze mancavano cercava di trovare una soluzione secondaria nel tentare di costruire il progetto del futuro, dell’età adulta. Si scendeva in piazza, si manifestavano i propri dissensi nel modo opportuno senza sconfinare nella volgarità o alzando sgarbatamente troppo i toni. Oggi, invece, ho quasi l’impressione che i giovani (io compreso) si stessero cullando sull’eredità lasciataci da questa generazione come se le cose cadessero dal cielo. D’altro canto, però, non si può pretendere che l’input arrivi dai giovani stessi, ancora con troppa poca esperienza alle spalle per immaginarsi un futuro congruo alle proprie aspirazioni e possibilità. E così ci rendiamo conto che pure le istituzioni, forse le uniche che possano riuscire nell’intento, ci stanno abbandonando, ci stanno lasciando in balìa di noi stessi! Fino a poco tempo fa, uno dei pochi spiragli di luce era la Scuola, l’Università, la Ricerca: oggi è rimasto poco o nulla con i tagli programmati dall’esecutivo italiano. Già ci sono poche prospettive, poi si vanno quasi ad azzerare le speranze di un futuro lavorativo migliore attraverso lo studio, così quando ci troviamo davanti un ragazzo o una ragazza che studia, che ha voglia di scommettere su sé stesso e sul proprio futuro, ci vien da dire: “Ma chi te lo fa fare? Tanto o vai all’estero o il tuo tempo è perso sui libri!”. Mancando il lavoro, cominciano a venire meno le motivazioni per creare una nuova famiglia, per fare investimenti importanti, ecc. il risultato è un’economia ferma quindi uno Stato che arranca tra una difficoltà e l’altra; se arranca oggi, la situazione sarà ancor più malridotta un domani con i giovani che non sanno che pesci prendere. In un paese industrializzato e all’avanguardia come l’Italia, sentir dire una cosa del genere dovrebbe far vergognare tutti coloro i quali ci governano, perché secoli di storia e cultura che ci portiamo alle spalle che hanno fatto diventare il nostro paese uno tra i più importanti al mondo (se non il migliore), si stanno via via perdendo in corruzione e disinteresse totale. Secondo il mio modesto modo di vedere, una persona che nel contesto lavorativo non asseconda la passione di una vita, facendo un lavoro che non lo soddisfa più di tanto, è segno di una decadenza generale che vede le persone costrette a fare un lavoro che non piace solo per ragioni economiche. Allo stesso momento nella vita contemporanea avere un lavoro è diventata una fortuna, quasi un terno al Lotto… E domani come sarà? Ammesso e non concesso che la situazione peggiori, quali saranno le prospettive lavorative per i giovani di oggi e gli adulti del domani? Con un tasso di disoccupazione che aumenta chi dà le certezze opportune a coloro che un domani saranno la parte attiva della società italiana?

Beh, dare una risposta esaustiva con queste condizioni storiche a tutte queste domande messe insieme si rivela alquanto difficile. Una delle cose che invece a mio parere si potrebbe fare è cominciare a rispondere un po’ per volta ad almeno una di queste domande per poi passare una dopo l’altra a dare le migliori soluzioni a una generazione giovanile che si sta smarrendo tra mass-media e social network vari. Bisogna che ognuno si dedichi verso qualcosa che lo gratifichi non tanto in vista di un successo futuro quanto per esprimere al meglio sé stessi in un mondo che inavvertitamente corre e noi non possiamo assolutamente rimanere indietro.

sabato 2 luglio 2011

venerdì 1 luglio 2011

Federico De Roberto

Federico De Roberto visse quasi sempre a Catania collaborando a giornali e a riviste; fu uno dei più fedeli amici del Verga di cui raccolse gli inediti. Partecipò attivamente al movimento verista accanto al Capuana e al Verga, il quale ultimo influì fortemente sulla sua educazione letteraria, determinandola in senso regionale e realista; ma sulla sua opera hanno agito pure con notevole forza i modelli della narrativa francese contemporanea, da Flaubert a Bourget, da cui egli ereditò un gusto intellettualistico per le complicazioni psicologiche. Soprattutto le sue prime opere risentono dei modelli francesi e della poetica verista dell'impassibilità di fronte ai documenti sentimentali offerti dai personaggi. Con Ermanno Raeli (1889) De Roberto iniziò un primo esame di quella società aristocratica siciliana che doveva essere il tema fondamentale delle sue opere maggiori: e anche se troppo scenografiche sono le complicazioni sentimentali, e lo stile è ancora piuttosto involuto e prolisso, tuttavia un certo sfondo dell'aristocrazia palermitana è descritto con una curiosa e accanita acutezza che trova i suoi momenti più intensi nella rappresentazione dell'urto tragico delle illusioni e dei sentimenti contro la realtà e le situazioni obiettive, e anche contro una certa incapacità interiore di superare lo shock della scoperta dell'ostilità del mondo e della società alle speranze e ai sogni individuali. Qui, e nel successivo romanzo L'illusione (Milano, 1891), venuto dopo i racconti di Processi verbali (Milano, 1890) e de L'albero della scienza (Milano, 1890), nel quale il fallimento è visto dalla parte di una donna e della sua fondamentale esperienza d'amore, si rivela il duplice volto della narrativa di De Roberto, quell'ambiguità che dà un fascino profondo anche alle opere meno riuscite: la compresenza dell'impassibilità naturalista, che convoglia perfino i motivi positivisti dell'ereditarietà, e che giunge fino alla freddezza dell'estraneità assoluta del racconto, e di una passione un po' torbida e insistente per la psicologia malata, per le contraddizioni, le contorsioni, gli inganni interiori, la doppiezza dei gesti e dei sentimenti, unita con un tetro e sontuoso gusto della morte (e De Roberto si apparenta così decisamente con motivi e ragioni della narrativa decadente). Tuttavia solo con il grande romanzo I Viceré (Milano, 1894) De Roberto è giunto a realizzare compiutamente un suo mondo poetico: l'aristocrazia siciliana, orgogliosa, gelosa dei suoi privilegi, assetata di denaro e di potere, chiusa in cupi egoismi e in sfrenate passioni, descritta con un acre gusto ironico, che giunge nei momenti più felici a un realismo epico, grandioso e crudo, non privo di inflessioni grottesche, nel quale, tuttavia, è sempre presente l'altra faccia della compiacenza sottile per le malattie dell'anima e del corpo e per la morte. L'intenzione verghiana di costruire un ciclo di romanzi che avrebbe dovuto rappresentare la vita dell'uomo nelle diverse condizioni sociali, rimasta interrotta prima di giungere alla rappresentazione della società aristocratica, si attua nel romanzo di De Roberto che segna uno degli esiti più alti della narrativa italiana fra Ottocento e Novecento.
La continuazione dei Viceré, contenuta nell'altro ampio romanzo L'imperio (postumo, Milano, 1928) riesce meno persuasiva: le vicende di don Consalvo Uzeda, che eletto deputato, approfittando del fascino del suo nome e della sua ricchezza, riesce a conquistare un posto preminente nella vita politica italiana e a diventare ministro, si svolge sullo sfondo di una Roma post-risorgimentale (siamo nel periodo del governo di Crispi), chiusa in una trama sconfortante di azioni vili, piccole, irritanti, compiute da uomini meschini e insinceri, tesi soltanto al proprio interesse, privi di passioni e di ideali. E se lo spunto satirico riaffiora a tratti in vivaci quadri della vita parlamentare e giornalistica e della società romana, il tono di fondo è scorato, amaro, sempre più disperato parallelamente col trionfo degli opportunisti e dei profittatori e con la rovina dei pochi spiriti sinceri e onesti.

Tutte le altre opere di De Roberto restano su un piano inferiore a quello dei romanzi principali, squilibrate come sono dal gusto per le complicazioni psicologiche o dalle tentazioni documentarie che si traducono in un discorso minuzioso e un po' grigio, nella costruzione del quale la ricerca di stile sempre tenacemente perseguita si riduce a un lavoro un po' gratuito e a un fraseggio arido e faticoso: La sorte (Milano, 1887) e Documenti umani (Milano, 1888); La morte dell'amore (Napoli, 1892); Spasimo (Milano,1897); Gli amori (Milano, 1898); Come siamo (Torino, 1901); La messa di nozze (Milano, 1908); Al rombo del cannone (Milano, 1918), mediocri bozzetti ispirati alla prima guerra mondiale; Ironie (Milano 1920); Le donne e i cavalier (Milano, 1923). Critico assai fine per penetrazione psicologica, De Roberto ha scritto un saggio su Leopardi (Milano 1898) e un'opera su Verga (Casa Verga, Firenze, 1966) assai notevole ma rimasta incompiuta; inoltre ha pubblicato i volumi di saggi: Arabeschi (Catania, 1883); L'amore (Milano, 1895) tipica ricerca psicologica e fisiologica sull'amore, nel gusto positivistico. Una pagina di storia dell'amore (Milano, 1898); Il colore del tempo (Palermo, 1900); L'arte (Torino, 1901); Catania (Bergamo 1907); Randazzo e la valle dell'Alcantara (ivi, 1909); All'ombra dell'ulivo (Milano, 1920). Inoltre compose alcune opere teatrali: Il cane della favola (1912); La lupa (in collaborazione col Verga, Noto, 1932); Il rosario (1940).

Uno sguardo a I Viceré

Il romanzo narra, sullo sfondo delle vicende storiche risorgimentali e post-risorgimentali, dal 1850 al 1880, le vicende della famiglia Uzeda di Francalanza, di origine spagnola, soprannominata i Viceré a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo. Il libro si apre con la morte della vecchia principessa Teresa, crudele e dispotica; intorno al suo testamento nascono le interminabili liti dei figli e dei parenti, e soprattutto fra il primogenito Giacomo e il fratello minore Raimondo, che la morta ha, contro la tradizione, equiparato nell'eredità dei beni di famiglia. Dei vari membri della famiglia Uzeda il romanzo segue fedelmente a passo a passo le vicende: anzitutto quelle dei fratelli cadetti del defunto principe Consalvo marito di Teresa. Gaspare, duca d'Oragua, contrariamente al resto della famiglia, strettamente legata ai Borboni, ha tendenze liberali; durante la rivoluzione del 1848 non é rimasto insensibile alla causa degli insorti, pur sapendosene ritrarre a tempo al momento della reazione borbonica. Lo stesso atteggiamento ambiguo in equilibrio fra l'ossequio ai Borboni e le cospirazioni liberali il duca tiene fino al 1860, quando diventa l'autorità politica più importante di Catania, riuscendo a farsi eleggere per numerose legislature al parlamento italiano: approfittando della sua posizione e curando più i suoi interessi che quelli degli elettori conquista gloria e ricchezza di cui, come tutti gli Uzeda, si rivela particolarmente avido; e infine viene nominato senatore. Don Blasco, fratello di Gaspare, é stato costretto a farsi frate, ma nel convento aristocratico di S. Nicola, dove gode della massima libertà: violento, litigioso, donnaiolo, don Blasco è uno dei più felici personaggi creati da De Roberto, che lo descrive con un tono di grandiosa epicità che a tratti sfiora il grottesco. Privo di ogni vocazione religiosa, in perpetua lite con i parenti ma curioso dei loro affari fino all'ossessione, bestemmiatore e goloso, quando i conventi vengono soppressi ed egli é ridotto allo stato laicale, pur essendo stato uno dei più accaniti difensori dei Borboni e dei diritti della Chiesa, non esita a comprare i beni conventuali e speculando con i titoli di stato, si conquista un'immensa ricchezza. Il cavaliere don Eugenio rimane il più povero dei fratelli: scacciato dalla corte di Napoli per irregolarità amministrative, si riduce a vivere di espedienti, senza potersi mai sollevare dalla miseria, neppure quando riesce a far pubblicare la sua grande opera araldica L'araldo siculo. La sorella Ferdinanda, rimasta zitella per volontà della madre, esercitando l'usura riesce a poco a poco a raccogliere un ingente patrimonio, senza cessare mai di occuparsi degli affari di famiglia in difesa della sua unità e delle tradizioni aristocratiche, irriducibile nella sua avversione ai liberali e nelle sue nostalgie borboniche.
Dei figli di Teresa, Raimondo, il prediletto, ha sposato per volere della madre, Matilde, figlia di un barone di recente nobiltà ma assai ricco, e vive quasi sempre a Firenze, disinteressandosi completamente degli affari, e concedendo così all'abile e avido fratello primogenito Giacomo di spogliarlo a poco a poco della sua parte di eredità. Finisce per rovinarsi quando, stanco della moglie, da cui pure ha avuto due figlie, riesce con cavilli giuridici a far annullare il suo matrimonio per sposare Isabella Fersa, di cui si é incapricciato, ma che ben presto prende a odiare non meno della prima moglie. Giacomo, il primogenito e capo della famiglia, assomma in sé tutte le virtù e i difetti degli Uzeda: borbonico, dopo l'unità sa sfruttare l'ascendente dello zio liberale per avere vantaggi nell'acquisto dei beni conventuali, spoglia abilmente le sorelle e il fratello Raimondo, riuscendo infine a raccogliere nelle sue mani tutti i beni della famiglia accresciuti con una spietata avarizia. Lodovico, costretto anch'egli a farsi frate, con una grande affettazione di virtù e con sapienti arti diplomatiche, fatte in gran parte di ipocrisia, si conquista un posto eminente nel clero cittadino, e finisce a Roma prima vescovo, poi cardinale. Privo di ogni senso pratico, quasi scemo è invece Ferdinando, che si adatta a vivere, tutto preso da sogni di avventure, in un suo piccolo podere, dove muore in assoluta miseria.
Delle due figlie di Teresa, Chiara ha sposato contro la sua volontà, costretta dalla madre, il marchese di Villardita, del quale finisce con l'innamorarsi follemente, finché, dopo anni di perfetto accordo, non litiga e si separa da lui in modo non meno ingiustificato di quello che l'aveva portata ad amarlo. Lucrezia invece contro la volontà dei parenti riesce a sposare un avvocato, Giulente, non nobile, che ben presto incomincia a odiare per la sua incapacità a conquistarsi una posizione, per quanto fervente liberale, e per la sua umile nascita, finché dopo uno scacco elettorale di lui, non ricomincia ad amarlo.
Tutta la seconda parte del romanzo si incentra sulla vicenda dei due figli di Giacomo, Consalvo e Teresa. Consalvo, educato nel convento di S. Nicola, ha i primi contrasti col padre per la vita scioperata che conduce in città; poi, dopo aver compiuto un viaggio per l'Europa e per l'Italia, si converte a uno studio e a un lavoro ostinato, con l'intenzione di conquistare una fama non solo regionale, ma almeno nazionale. Freddo calcolatore, abile nel servirsi delle idee per i suoi finì, ottimo oratore, giovanissimo diventa sindaco di Catania, poi, convertendosi alle idee della sinistra storica, riesce a farsi eleggere deputato. Il suo contrasto col padre giunge a eccessi violenti, tanto che Consalvo finisce per essere, almeno in parte diseredato. Teresa, bellissima ma ostinata in un suo ideale di perfezione e di santità, in contrasto con i suoi stessi sentimenti, sposa il cugino Michele Radalì che non ama, mentre ama invece il cognato Giovannino, alla cui passione non cederà però mai, pur senza mai deluderla, finendo per trascinare l'uomo alla pazzia e al suicidio. La descrizione mirabile dell'ambiente aristocratico catanese, la creazione di una galleria di personaggi avidi, crudeli, violenti, illuminati con potente caratterizzazione  psicologica, fanno di questa storia di una famiglia uno dei libri fondamentali della letteratura italiana fra '800 e '900.

M.L.


Andrea Camilleri

Andrea Camilleri: l’altra faccia della letteratura siciliana



«Sorprisa sorprisa sorprisa!».

«Don Lollò! Vossia qua?! O Madunnuzza santa! Morto sono!».

«Signor Genuardi! Signor Genuardi! Che fece, svenne? Acciuncò, questo figlio di buttana! Ma lo faccio arrisbigliare io!»
«Oddio… Oddio… Mi piglia a pagnittuna?»
«Sì, accussì si sveglia».
«Oddio… a botte mi vuole ammazzare?»
«Ma quali botte! Che è questo feto?»
«Addosso mi cacai, commendatore. Prima di… mi consente una preghiera? Posso recitare l’atto di dolore? Mio Dio, mi pento e mi dolgo».


«Un critico letterario dei giorni nostri ha dichiarato che non riesce a capire come si possa legare ad un luogo una vita, e l’opera di tutta una vita; per parte nostra non riusciamo a capire come si possa far critica senza aver capito questo inalienabile e inesauribile rapporto, in tutte le sue infinite possibilità di moltiplicarsi e rifrangersi, di assottigliarsi, di mimetizzarsi, di essere rimosso e nascosto. Nessuno è mai riuscito a rompere del tutto questo rapporto, a sradicarsi completamente da questa condizione; e i siciliani meno degli altri».

Queste parole di Leonardo Sciascia, ricavate da un suo breve ma densissimo saggio su Antonello da Messina, mi sembrano il punto di partenza inevitabile da cui prendere le mosse per sviluppare un discorso su Andrea Camilleri e i suoi legami con la Sicilia, per comprendere appieno l’inalienabile e inesauribile rapporto che unisce lo scrittore di Porto Empedocle alla sua terra e coglierne le possibilità infinite di moltiplicarsi e rifrangersi, di assottigliarsi e mimetizzarsi.
«C’è una fedeltà al di fuori della quale se l’autore si mette, rischia di essere orfano, rischia che la sua terra gli diventi matrigna», dichiarava lo scrittore di Favara Antonio Russello nella premessa al romanzo La luna si mangia i morti (1963).

«Noi ci portiamo appresso – continuava Russello – lembi di terra cielo e sangue di chi ci fece»; proprio così: Andrea Camilleri, scrivendo i suoi romanzi, siano essi storici o polizieschi, non è mai venuto meno a quella fedeltà, non ha mai rinunziato a quei «lembi di terra cielo e sangue». Anzi, proprio su quei «lembi» ha poggiato tutta la sua produzione, narrativa e saggistica.
Del resto, lo stesso Camilleri, nella nota introduttiva a Il corso delle cose (1978), non ha fatto misteri sulla sua incapacità di ambientare una storia di fantasia in un luogo che non fosse la Sicilia, ammettendo di non sapere fare altro che calare quella storia «para para nelle case e nelle strade che conosce». «Ambientare un racconto – continua nella stessa nota Camilleri – a Londra o a Nuovaiorca resterà l’ambizione massima e purtroppo sempre delusa dell’autore: egli, non possedendo la fantasia di un Verne e francamente restìo all’aeroplano, di queste città conosce soltanto quello di cui l’informano il cinematografo e la TV».

Della Sicilia invece, della sua Porto Empedocle in particolare, Camilleri sembra conoscere ogni segreto. Anzi, l’autore degli Arancini di Montalbano è come se non riuscisse a fare a meno di tradurre in scrittura l’inarrestabile empito affabulatorio che, alla stregua di un fiume in piena, attraversa le contrade siciliane.



La recensione di Salvatore Ferlito

Le vicende raccontate dallo scrittore empedoclino, infatti, non escono fuori dall’isola, non superano mai lo Stretto; Leonardo Sciascia, a questo proposito, nell’introduzione all’antologia Narratori di Sicilia (1968), parlava di una condanna degli scrittori siciliani a rimestare ossessivamente la loro terra, a indagarla quasi con accanimento. Anche chi ha abbandonato la Sicilia, chi si è definitivamente allontanato da essa, pare che non possa fare a meno di rivisitarla con la fantasia, di farla rivivere nelle proprie pagine: «Tutti gli scrittori siciliani – scrive dunque Sciascia – sono stati e sono legati alla rappresentazione della realtà siciliana (qualcuno direbbe condannati) per la loro stessa vocazione al realismo, appunto il realismo imponendo la precisa condizione di una conoscenza indefettibile, sentimentalmente e razionalmente, in ogni loro implicazione e vibrazione, dei modi di essere e delle categorie che lo scrittore o l’artista assume; e d’altra parte, nel caso della Sicilia, modo di essere e categorie presentano una tale complessità, sottigliezza e contraddittorietà, una tale suggestione, che ogni altra realtà, ogni altra esperienza, diviene (o sembra divenire) al paragone più povera».

Dal canto suo, Andrea Camilleri si è rivelato abilissimo nel saper rievocare il genius loci, «la densità dell’atmosfera siciliana», come ha scritto nel 1979 Ruggero Jacobbi, nel far rivivere i caratteri, le passioni e le ambiguità della sua terra, evitando quasi sempre di cadere nel bozzetto, eccezion fatta per alcuni racconti la cui misura gli va stretta, ed elevando la sicilianità a grande metafora della commedia umana. Una commedia umana spesso osservata attraverso la lente d’ingrandimento dell’intrigo e dell’indagine, che ha quasi sempre come teatro Vigàta, ossia Porto Empedocle, e Montelusa, nome con cui spesso Pirandello chiamava Agrigento nelle sue novelle.
Ecco, dunque, i due poli geografici dell’immaginazione di Camilleri, nei quali la sua fantasia ogni volta si inzuppa, come scriveva Sciascia a proposito di Pirandello, di quei fatti grotteschi, bizzarri, ma anche pietosi, che vi accadono, e che ogni volta sono andati a infoltire quelli che prepotentemente vivono nella sua memoria e che sono stati immortalati nelle deliziose pagine de Il gioco della mosca (1995), diario-testimonianza della vita di Camilleri in Sicilia, e nella fattispecie a Porto Empedocle, le cui pagine si vanno ad affiancare, per intenzione, per sentimento e per la salvaguardia di memorie al servizio d’un luogo familiare, a quelle di Occhio di capra (1982) di Leonardo Sciascia, di Museo d’ombre (1982) di Bufalino e di L’incominciamento (1983) di Bonaviri. Si tratta di una raccolta di «microstorie», di vere e proprie «storie cellulari», che funge da magico «serbatoio», dal quale Camilleri attinge materiale per plasmare i suoi personaggi e per dar forma alle sue storie, sprigionando inevitabilmente una notevolissima forza evocativa.
In sostanza, nelle opere di Camilleri si configura la stessa mappa geografica tracciata da Pirandello in gran parte delle sue novelle e in romanzi come Il fu Mattia Pascal e I vecchi e i giovani. Da una parte, dunque, Porto Empedocle che, prima di diventare comune autonomo, era una borgata di Agrigento: la cosiddetta «Borgata Molo», come racconta la stesso Camilleri in Biografia del figlio cambiato (2000), che contava quasi tremila anime, la cui vita era legata al traffico portuale di zolfo, sale, grano. La separazione da Agrigento avverrà nel 1853: da allora, quel paesino sulla costa meridionale della Sicilia godrà di un’amministrazione autonoma e indipendente. Porto Empedocle quindi, come anni prima Girgenti per Pirandello, diventa inevitabilmente per Camilleri «il luogo della metamorfosi», per usare un’espressione cara al grande Giacomo Debenedetti, una sorta di Spoon River mediterranea, «elemento catalizzatore» della fantasia dello scrittore siciliano. E come l’autore di Uno, nessuno, centomila non ha quasi mai potuto fare a meno di «raccontare Girgenti, e soprattutto i fatti di Girgenti», così Andrea Camilleri non ha fatto altro che ritornare, con la fantasia, nei suoi luoghi d’origine; anzi, da quei luoghi Camilleri, almeno con la fantasia, non si è mai allontanato.
Se è vero, dunque, che nelle pagine dell’autore del Re di Girgenti, nella fattispecie nei romanzi storici La strage dimenticata, La stagione della caccia e La bolla di componenda, e nella saga del commissario Montalbano, ritroviamo il paese di Porto Empedocle, è anche vero che ad esso fa quasi sempre da contraltare la città di Agrigento, che nelle opere di Camilleri diventa, pirandellianamente, Montelusa, riconoscibilissima nelle descrizioni del centro storico, e soprattutto della zona del Rabato, il quartiere di cui Pirandello ha indagato, nella sua tesi di laurea, la parlata cantilenante e pittoresca. «Alzò gli occhi, così pensando, a Girgenti che sedeva alta sul colle con le vecchie case dorate dal sole, come in uno scenario; e cercò nel sobborgo Rabato, che pareva il braccio su cui s’appoggiasse così lunga sdraiata, se gli riusciva di scorgere il campaniletto di Santa Croce, ch’era la sua parrocchia. Aveva là preso un casalino, dove avrebbe chiuso gli occhi per sempre…. Si rivedeva ragazzetto, trascinato per mano dalla madre e su su per tutti quei vicoli a sdrucciolo, acciottolati come letti di torrenti, e tutti in ombra, oppressi dai muri delle case sempre a ridosso…».
Così Pirandello, nella novella Il vitalizio.

Così invece Camilleri, nelle pagine dei romanzi La forma dell’acqua e Il ladro di merendine: «All’èbica dei musulmani in Sicilia, quando Montelusa si chiamava Kerkent, gli arabi avevano fabbricato alla periferia del paìsi un quartiere dove stavano tra di loro. Quando i musulmani se n’erano scappati sconfitti, nelle loro case c’erano andati ad abitare i montelusani e il nome del quartiere era stato sicilianizzato in Rabàtu. Nella seconda metà di questo secolo una gigantesca frana l’aveva inghiottito. Le poche case rimaste in piedi erano lesionate, sbilenche, si tenevano in equilibri assurdi. Gli arabi, tornati questa volta in veste di povirazzi, ci avevano ripreso ad abitare, mettendo al posto delle tegole pezzi di lamiera e in luogo delle pareti tramezzi di cartone». E ancora: «Arrivato al Rabàto, il quartiere più antico di Montelusa, andato distrutto trent’anni prima per una frana e ora abitato nei ruderi riaggiustati alla meglio, nelle casupole lesionate e cadenti, da tunisini e marocchini arrivati clandestinamente, si diresse per vicoli stretti e tortuosi a piazza Santa Croce: la chiesa era rimasta intatta tra le rovine».

Va però detto che la forza evocativa delle pagine di Camilleri, della sua scrittura succulenta e piena di umori, si manifesta con pienezza, offrendo le migliori suggestioni, nei romanzi ottocenteschi, dove i meccanismi del complotto e della macchinazione e gli ingranaggi tipici del giallo si sposano felicemente con la memoria storica.

A questo proposito, viene fatto di pensare che non c’è rilevante protagonista dell’opificio letterario isolano, a partire da Verga per arrivare a De Roberto, Pirandello, Brancati, Lampedusa, Consolo e Sciascia, che nelle sue opere non si sia espresso fortemente «ragionando e assai dubitando sulla Storia», per dirla con Domenico Porzio, e anche su un’ipotesi di storia personale e di esperienza vissuta.
Leggere quindi i romanzi di Camilleri ambientati nell’ultimo scorcio dell’Ottocento significa comprendere qualcosa in più dei siciliani, dei loro destini, delle tracce che nel loro DNA hanno lasciato secolari convivenze coi normanni, francesi e spagnoli, come accade ad esempio con Un filo di fumo (1980), dove, più che le parole, collocate dall’autore sulla pagina in modo tale da creare un balletto scatenato, quasi una sfrenata operetta, a prendere miracolosamente forma sono i gesti, gli atteggiamenti, le movenze tipicamente siciliane.

Meglio ancora, in questo romanzo, che si inserisce perfettamente nel solco delle opere generate dall’«avventura della zolfara», senza la quale, notava Sciascia, non ci sarebbe stata in Sicilia l’avventura dello scrivere e del raccontare, allo scrittore di Porto Empedocle interessa far vedere come i siciliani, veri e propri «tragediatori», in grado di fondere mirabilmente la vita e la scena, dicono quelle parole, come compiono quei gesti. Tanto che il ricamo verbale di Camilleri, sin dall’inizio della storia, lascia subito intravedere «sfumature, increspature, impercettibili mutamenti di ritmo e di intonazione»: sono queste le cose che per l’autore del Birraio di Preston contano veramente, assieme alla trama s’intende, e alle minime evoluzioni della vicenda raccontata.
Tutto ciò viene fuori grazie soprattutto alla totale oggettività narrativa che Camilleri raggiunge in certe sue opere, come La concessione del telefono (1998) o La scomparsa di Patò (2001). In esse, infatti, come ha già notato Raffaele La Capria, l’autore di La bolla di componenda (1993) riesce ad annullare l’io narrante, quasi a sopprimerlo, facendo esistere solamente i fatti, il più delle volte irresistibili, e un linguaggio travolgente.

Certo, è presente, visibilissimo il coro di voci, l’esercito dei personaggi, ma è come se fossero sovrastati, «amalgamati» scrive La Capria, dal loro essere siciliani, dal momento che il vero, grande personaggio che sta al centro della maggior parte dei libri di Camilleri, e che si manifesta nel caleidoscopio delle voci del prefetto, del parroco, del barone, del contadino e del mafioso, è la Sicilia e la mentalità dei suoi abitanti. Una mentalità ruspante, che prende corpo nella dimensione polifonica delle opere di Camilleri sopra citate, nelle quali la narrazione può essere condotta attraverso un sapiente scambio epistolare, come avviene in parte nella Concessione del telefono, nella sezione dedicata alle «Cose scritte», ossia le lettere che i commercianti isolani, i burocrati, i carabinieri, i prefetti si scambiano, nelle quali l’autore sa abilmente riprodurre, con effetti di estrema comicità, il linguaggio burocratico tipico della Sicilia post-unitaria. Basti leggere l’incipit della terza lettera della Concessione: «Eccellenza illustrissima e riveritissima! Il sottoscritto Genuardi Filippo, fu Giacomo Paolo e fu Posacane Edelmira, nato in Vigàta (provincia di Montelusa), alli 3 del mese di settembre del 1860 e quivi residente in via Cavour n. 20, commerciante in legnami, temerariamente s’azzardò, in data 12 giugno corrente anno, vale a dire due mesi esatti orsono, di sottoporre alla magnifica generosità, alla larga comprensione e alla paterna benevolenza di Vostra Eccellenza una supplica onde venire informato…». Si tratta di un tono perfettamente accordato alla situazione narrata, che fa subito capire come l’autore de La stagione della caccia (1992) sappia nascondersi dietro alle parole dei suoi personaggi, alle loro intenzioni, mimetizzandosi in tic linguistici, in esilaranti scambi di accuse, ingiurie, in dialoghi indiavolati. Come si evince dalle «Cose dette», presenti nella Concessione: si tratta di conversazioni fitte di allusioni, supponenze, doppi sensi, dai quali è possibile ricavare i modi di pensare e i meccanismi celebrali tipici dei siciliani, le loro reazioni umorali, i loro complici silenzi; sembra proprio che i personaggi di Camilleri agiscano e si muovano con il cranio scoperchiato.
Leggendo i dialoghi, si ha come l’impressione di starsene a teatro, e di assistere alla messa in scena di una commedia irresistibile. È come se ad un certo punto Camilleri, valorizzando al massimo «il teatralismo intrinseco della scrittura», per dirla con Nino Borsellino, infondesse la vita ai suoi personaggi cartacei, che inopinatamente si sollevano come tanti Lazzaro dalla pagina. Una pagina che si anima, che diventa palcoscenico.

C’è un altro romanzo in cui Andrea Camilleri riesce perfettamente a non farsi notare, a mimetizzarsi, a far perdere le sue tracce: La scomparsa di Patò, un libro scritto in forma di dossier, costruito a incastro come un puzzle di informazioni, in cui documenti, rapporti, lettere, per lo più anonime, scritte murali vengono mirabilmente collazionati in un impasto narrativo ad alta temperatura sperimentale.

Anche lì la mano dell’autore è quasi invisibile, nonostante si avverta la presenza di un occhio ironico che coglie ogni gesto, di un orecchio in grado di captare anche le minime sfumature; insomma, ogni cosa viene amalgamata da una regia sapiente che però non è mai invasiva.
Il tutto, come sovente accade, volto decisamente al divertimento, in una mirabile summa dei temi a Camilleri più cari. E questa particolare forza comica dell’arte dello scrittore empedoclino riesce quasi sempre a capovolgere il tono tragico che caratterizza gran parte della letteratura isolana, quell’abitudine di tanti nostri autori a far indossare ai propri personaggi, sotto le vesti della festa piene di lustrini e di paillettes, i panni neri del lutto, come accade in Pirandello e in Brancati ad esempio. Una forza comica che Camilleri, come ha scritto Enzo Siciliano, ha scovato sia nel teatro, quello di Angelo Musco, che nella storia dell’isola, nelle carte che quella storia contengono.
E il serbatoio per la ridda di raggiri, intrighi, macchinazioni, congiure che prende corpo nelle pagine di Camilleri, gli deriva dalla famosa Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia 1875-1876 (pubblicata dall’editore Cappelli nel 1968). Si tratta dell’inchiesta parlamentare del Senato, basata sulle dichiarazioni ufficiali rilasciate da funzionari di polizia, prefetti, sindaci, una vera miniera d’oro di fatti e informazioni. È da lì che lo scrittore empedoclino ha ricavato la famosa risposta data all’interrogante che si informava su possibili fatti di sangue verificatisi in un paesino siciliano: «No. Fatta eccezione del farmacista che per amore ha ammazzato sette persone».
Con Camilleri, dunque, è come se la componente dolorosa e funesta di tante pagine della nostra letteratura, che ci fa pensare a Verga, a De Roberto e a Tomasi di Lampedusa, venisse ad un tratto disciolta grazie agli acidi corrosivi della sua Musa. Una Musa che dà il meglio di sé in quello che può essere considerato il capolavoro di Camilleri, Il birraio di Preston (1995), vera e propria opera buffa dal ritmo indiavolato, nella quale prendono corpo magistralmente le attitudini sperimentali dello scrittore empedoclino, il suo saper scomporre i tempi narrativi e far germinare, da una storia cellulare, un vasto reticolato di storie minime, che si intrecciano splendidamente; un’opera buffa dal superbo impianto polifonico, nella quale, come ha scritto Gianni Bonina, sono contenute «le crisalidi» che felicemente germineranno nelle opere successive.

Ma la vera forza dei libri di Camilleri, il vero motore ‘mobile’ dell’intera sua produzione narrativa, che lega indissolubilmente i personaggi e le loro storie all’universo siciliano, è il linguaggio.
Lo stesso autore, in appendice a Il corso delle cose, aveva confessato il suo idiosincratico rapporto con la lingua italiana, al punto tale da ammettere che, nella prima stesura del libro, le parole adoperate non gli appartenevano interamente: «Me ne servivo, questo sì, ma erano le stesse che trovavo pronte per redigere una domanda in carta bollata o un biglietto d’auguri. Quando cercavo una frase o una parola che più si avvicinava a quello che avevo in mente di scrivere immediatamente invece la trovavo nel mio dialetto o meglio nel “parlato” quotidiano di casa mia. Che fare? A parte che tra il parlare e lo scrivere ci corre una gran bella differenza, fu con forte riluttanza che scrissi qualche pagina in un misto di dialetto e lingua. Riluttanza perché non mi pareva cosa che un linguaggio d’uso privato, familiare, potesse avere valenza extra moenia. Prima di stracciarle, lessi ad alta voce quelle pagine ed ebbi una sorta d’illuminazione: funzionavano, le parole scorrevano senza grossi intoppi in un loro alveo naturale».

Ecco com’è nato il sorprendente impasto linguistico di Andrea Camilleri: da un’insofferenza nei confronti della lingua di tutti i giorni, e da un recupero della pronuncia natia. Una pronuncia che annulla la distanza tra il parlare e lo scrivere, e che distilla sapientemente gli umori più terragni dell’isola, in un concerto polifonico dove il burocratese dei funzionari e degli impiegati si alterna al barocco di politici e di ecclesiastici, al dialetto dei popolani, al gergo allusivo dei mafiosi.
Un linguaggio, quello di Camilleri, in grado di riprodurre, per dirla ancora con Siciliano, «il discorrere fra galantuomini nei vecchi circoli di paese, dove l’avvocato o il pretore o il medico o il barone farcivano di sapori e lemmi dialettali il loro italiano ora ironico, ora sprezzante», e di evocare, sorprendentemente, le sfumature e i chiaroscuri della Sicilia, terra ricca di colpi di teatro, di aneddoti, prodiga di ammiccamenti e controversie sottilissime.

Un impasto linguistico di siciliano autentico, siciliano reinventato, italiano storpiato, che miracolosamente si fa capire da tutti. Un modo d’esprimersi inconsueto ed efficace, che, come si è visto, non vuole fare più i conti con la lingua italiana della comunicazione. Per Camilleri, infatti, il problema della letteratura consiste essenzialmente nella messa a punto di un nuovo linguaggio, nel quale l’autore, in quanto parlante, spesso scompare dinanzi alla cosa per lasciar parlare la cosa stessa, per far sì che la parola sia la cosa stessa. Tutto ciò ha facilitato enormemente quella ricerca dell’oggettività narrativa che, una volta raggiunta, fa di Camilleri il grande romanziere che è.
E in questo senso, il romanzo più rappresentativo dell’intera sua produzione è sicuramente La mossa del cavallo (1999), ambientato verso la fine dell’Ottocento nella campagne e nei paesi della provincia di Montelusa, tra Zammùt, Caltabellotta, Comitini e Cianciana, laddove «i reati di sangue, aperti o per mandato, per risse improvvise o per vendette meditate, e le grassazioni e l’abigeato, e i sequestri di persona sono continui e innumerevoli, frutto della miseria, della selvaggia ignoranza, dell’asprezza delle fatiche che abbrutiscono, delle vaste solitudini arse, brulle e malguardate». Una Sicilia dell’interno, quella de La mossa del cavallo, abbandonata da Dio e dagli uomini, arida, riarsa. Al centro del romanzo, troviamo la figura di Giovanni Bovara, ispettore capo ai mulini di Montelusa, un siciliano che parla genovese e che sarà testimone dell’uccisione di un prete. Proprio Bovara, inviso manco a dirlo al potere mafioso, verrà accusato dell’omicidio, in un drammatico, kafkiano rovesciamento dei ruoli. Ma l’integerrimo ispettore capo, che sa il fatto suo, reagisce ricorrendo a una mossa imprevista, quella del cavallo appunto, grazie alla quale riuscirà ad affermare la propria estraneità al misfatto. Una mossa che consiste nell’abbandonare la lingua italiana e il dialetto genovese e nel recuperare il dialetto natale, nel riappropriarsi della parlata ancestrale, originaria, e con essa, soprattutto, della mentalità dei siciliani, del loro modo di ragionare. È la lingua, dunque, la grande metafora di questo romanzo storico; un romanzo che è, soprattutto, una straordinaria dichiarazione di poetica in atto, un vero e proprio manifesto programmatico.
Ma qual è, viene a questo punto da chiedersi, la genesi del linguaggio reinventato da Camilleri? Certo, il suo impasto linguistico rappresenta una assoluta novità, distante com’è dalla ricerca linguistica quasi archeologica di Vincenzo Consolo, dal groviglio di dialetti e lingua colta di Stefano D’Arrigo, dal barocchismo di Gesualdo Bufalino, dal suo viluppo verbale liberty e decadente, dal futurismo lessicale di Antonio Pizzuto. Eppure, senza le ossessioni espressive degli autori appena citati uno scrittore come Camilleri non sarebbe immaginabile. E però la lingua messa a punto dall’autore del Birraio di Preston affonda le sue radici essenzialmente in due testi: La paura di De Roberto, come ha sospettato Natale Tedesco, un racconto ambientato in una trincea del ’14, dove si trovano soldati provenienti da tutta Italia, in una situazione di estrema difficoltà, in cui ognuno può lasciarci la pelle, e dove tutti i sentimenti, le sensazioni, gli stati d’animo, le reazioni di fronte all’assoluto che è la morte, da quei soldati vengono espressi e manifestati nei loro dialetti di origine.
E poi, di fondamentale importanza, la traduzione del Ciclope di Euripide effettuata da Luigi Pirandello nel 1918 e quasi mai citata dagli studiosi che hanno indagato la produzione di Camilleri. Un testo che lo scrittore di Porto Empedocle conosce a memoria, per averlo messo in scena più volte in Sicilia, a Tindari, a Taormina, a Siracusa, a Segesta e ad Agrigento, come lui stesso racconta ne L’ombrello di Noè (2002), e che puntualmente rivive, come ha scritto Mauro Novelli nel saggio intitolato L’isola delle voci e inserito nel Meridiano Mondadori che raccoglie i romanzi e i racconti con al centro il commissario Montalbano, «attualizzata e articolata, nella tastiera linguistica percorsa da Camilleri nella propria narrativa”.

Il poema satiresco euripideo, nella versione dialettale confezionata da Pirandello, ha lentamente agito, macerando nella testa dell’autore della Strage dimenticata, fino a produrre i suoi superbi frutti. In esso si trova, da un lato, il dialetto del Ciclope, che è una specie di massaro con la sua parlata splendidamente contadina; dall’altro, il dialetto di Ulisse, che si muove in un livello di eleganza rusticana.

L’eroe omerico, infatti, assomiglia a un villano impettito che voglia darsi delle arie colorando il suo discorso di screziature borghesi, e assumendo in certi casi quasi un accento di superiorità, denunziato soprattutto dalla fonetica italianizzante. Un dialetto borghese, quello di Ulisse, che attinge abbondantemente alla lingua comune e che, per questo motivo, provoca frizioni umoristiche e grottesche, accentuate spesso dal vocabolo vernacolare in foggia fonetica italiana o dalla parola italiana trascritta con fonetica dialettale. Irresistibile poi si rivela l’impatto tra il tentativo di far propria l’aulica leziosità dell’espressione italianizzante e la componente vernacolare di certi vocaboli.
Basti prendere in considerazione le parole con cui Ulisse, combinando insieme vocaboli e atteggiamenti sintattici della lingua e del dialetto, compare sulla scena: «Amici, / per favuri, vulissivu ‘nsignàricci / quarchi deflussu d’acqua pi smorzàrinni / la siti che nn’avvampa, e – peracasu - / quarchedunu di vàutri voli vìnniri / quarchi provista a nàutri navicanti?».
Sono versi, questi, che sembrano scritti direttamente da Camilleri, e che subito richiamano alla memoria le frasi farneticanti e sconnesse di Catarella, personaggio abnorme della fantasia dello scrittore empedoclino. Ma andiamo avanti nella lettura del Ciclope: «Sceccu! Quest’otri, appena la sdivachi / si rifà china, subbitu da sé”, e ancora: “Nni voi prima assaggiari / un sorsellinu?», oppure: “T’ha ‘nfilatu per beni / il cannarozzu?”, e poi: «Se dicu una bucìa?». Ci si trova, dunque, di fronte a una lingua ridicola, a una specie di caricaturale italiano sicilianizzato; in sostanza si tratta di una lingua maccheronica, che crea situazioni altamente comiche.

E se, accanto alle parole di Ulisse, si collocano quelle di Catarella, si potrà subito notare una certa, innegabile, comunanza: «Tre giorni passati cercarono proprio lei di lei, dottori, lei non c’era, però io me lo scordai a farle referenza»; oppure: «Dissero pure macari che la finzione funerea la facevano giovedì matino alli nove»; e ancora: «Mi scusasse, signori gimello Arturo, ma se il dottori è come qualmenti in casa, ci lo dici che ho bisogno di parlaricci? », e se ciò non bastasse: «Vossia l’acconosce il loco indovi che ci teneva il suo officio…». L’appuntato Catarella, in quanto esilarante e irresistibile invenzione linguistica, è una diretta filiazione dell’Ulisse di Euripide sub specie dialettale. Mentre la parlata del Ciclope, che sprigiona una buona dose di espressività popolaresca, la ritroveremo in bocca a Zosimo e agli altri personaggi del Re di Girgenti (2001), dove il vernacolo settecentesco, abbondantemente storpiato, si mescola con la lingua degli autori del siglo de oro in un libro ariostesco, dalla vertiginosa germinazione fantastica. In esso lo scrittore di Porto Empedocle ricrea con vera sapienza l’universo contadino siciliano, e precisamente agrigentino, riallacciandosi a uno scrittore come Serafino Amabile Guastella, autore di Le parità e le storie morali dei nostri villani, vero capolavoro della letteratura isolana, popolato di tante figure come Michele Zosimo, e con alcune punte barocche nella scrittura che inevitabilmente nelle pagine di Camilleri si moltiplicano all’infinito. Da non trascurare poi l’influenza esercitata su Camilleri da parte di Francesco Lanza, prosatore veloce ed elegante, i cui Mimi è come se rivivessero nell’epopea demotica, nell’epica picaresca narrata da Camilleri. I personaggi che agiscono ne Il Re di Girgenti infatti, a partire da Zosimo, hanno poco di bucolico, e sono animati dal gusto per la beffa, lo scherno, dal gioco sottile dell’intelligenza. Addirittura, la fine che farà Zosimo sembra per certi versi richiamare la farsa blasfema dei cristi contadini che si consuma nei paesini siciliani il Venerdì santo, descritta con ironia e umore beffardo da Francesco Lanza.

Immutati rimangono poi i topoi geografici della cosmogonia camilleriana, con Montelusa e Vigàta al centro, e poi Fiacca e contrada Crasto, già presente nel romanzo Il cane di terracotta.
Come si è visto dunque, la lingua inventata da Camilleri affonda le sue radici in questa Sicilia terragna, arcaica, che gli viene mediata tramite il filtro pirandelliano della traduzione del Ciclope, e che quasi sempre denuncia la necessità di identificare più concretamente gli spazi delle azioni, di calare i personaggi e gli eventi in luoghi e tempi specifici, sebbene parzialmente immaginari.
Facendo poi un salto temporale di più di un secolo, si arriva alla Sicilia dei nostri giorni, scenario delle avventure del commissario Salvo Montalbano nei romanzi polizieschi tutti editi dalla casa editrice Sellerio, La forma dell’acqua (1994), Il ladro di merendine (1996), La voce del violino (1997), La gita a Tindari (2000), L’odore della notte (2001), Il giro di boa (2003) e nelle raccolte di racconti pubblicate da Mondadori Un mese con Montalbano (1998), Gli arancini di Montalbano (1999) e La paura di Montalbano (2002). Montalbano è stato definito uno degli investigatori più «autentici» che la letteratura poliziesca abbia prodotto: armato di buon senso, dotato di un ottimo fiuto, il commissario di Vigàta è uno sbirro di nascita, che ha nel sangue l’istinto della caccia e che si nutre di «buone, talvolta raffinate letture». Sa chi è Antonio Pizzuto, come si evince dal racconto intitolato Miracoli a Trieste (Un mese con Montalbano), un «questore, capo dell’Interpol, che di nascosto traduceva filosofi tedeschi e classici greci», «il più grande scrittore d’avanguardia che noi abbiamo avuto»; Montalbano, inoltre, divora i libri di Sciascia, assapora le poesie di Virgilio Giotti, conosce Jan Potocki, autore del Manoscritto trovato a Saragozza.

È allergico alle armi e alle sirene, e conosce bene la natura dei siciliani e le contraddizioni della sua terra, una Sicilia immediatamente riconoscibile, con le sue ferite ancora sanguinanti, come la mafia, l’abusivismo edilizio, la corruzione politica. C’è sempre la cittadina di Vigàta al centro delle vicende narrate da Camilleri, che non ha perso la sua vocazione al delitto e all’imbroglio. Eppure, accanto ai cadaveri, alle connivenze, alle magagne e agli imbrogli con cui Salvo Montalbano, da poliziotto anti-istituzionale com’è, allergico alle promozioni e sensibile alle insubordinazioni, deve fare spesso i conti, troviamo il mare che divide la Sicilia dall’Africa, il fascino dei luoghi, i piatti saporiti preparati da Adelina con religioso raccoglimento, le abbuffate nelle trattorie tipiche. E poi i membri della squadra del commissariato di Vigàta, da Fazio ad Augello a Catarella, umanissimi antieroi dei quali Camilleri esaspera tic e manie, riuscendone a cavare una notevolissima forza ironica e più spesso comica, senza per questo snaturare la propria passione civile, di ascendenza indubbiamente sciasciana, o infrangere del tutto le regole del giallo.

E c’è da dire che, come nei romanzi ambientati nella Sicilia di fine Ottocento Camilleri, non descrive mai un mondo statico, immobile, ma al contrario in continua evoluzione, con personaggi e luoghi che sono soggetti al mutamento, a inevitabili anche se spesso impercettibili modificazioni, così nei polizieschi con al centro la figura del commissario Montalbano ogni cosa, come ha scritto lo stesso Camilleri, muta, «si modifica nel tempo», al contrario di quello che accade nei gialli di Simenon. E, di romanzo in romanzo, è cambiato soprattutto il tono dello stesso autore, il quale è passato dall’ambientazione annacquata e rarefatta dei primi gialli, ad una più contigua al nostro tempo, più vicina alle urgenze della cronaca e agli ultimi guasti della storia, con al centro tutto quello che è capitato al G8. E così come è cambiato il tono della scrittura di Camilleri, si è visibilmente esacerbata la sua ostilità nei confronti del governo di centrodestra, preso di mira con arguzia e somma ironia soprattutto nelle sue ultime fatiche.

Anche nei romanzi e nei racconti di cui il commissario Montalbano è il personaggio principale dunque, alla fine è sempre la Sicilia la vera protagonista, coi suoi paesaggi incantevoli, non di rado però stuprati dalla violenza e dall’abusivismo, coi suoi personaggi memorabili, con i suoi odori forti e le atmosfere fascinose.

Una Sicilia che sulla pagina si materializza, come si è visto precedentemente, grazie soprattutto alla lingua di Camilleri, a quell’amalgama succulento, che ultimamente però, nella raccolta di racconti La paura di Montalbano e nell’ultimo romanzo Il giro di boa, ha risentito di quella che è stata una vera e propria svolta nel processo di invenzione linguistica di Camilleri, ossia Il re di Girgenti. Da qui una patina arcaicizzante che si avverte nella scrittura dell’autore empedoclino, quasi un furore nell’uso del dialetto, che ha reso forse un po’ più ostica la lettura. Addirittura, nell’ultimo romanzo di Camilleri, Il giro di boa, il commissario Montalbano, avendo perso i freni inibitori, si rivolge alla sua Livia parlando quasi esclusivamente in dialetto. Il siciliano, in tal modo, che prima occupava solo poche zone fisse dell’idioletto del commissario e dei suoi uomini, come ha recentemente notato Vittorio Coletti, viene ora ad occupare quasi tutti i piani della narrazione. È, questo, un elemento di novità, rispetto ai romanzi del ciclo di Montalbano; lo stesso Camilleri aveva affermato che «quando scrivo un Montalbano, io controllo anche il linguaggio, non lo estremizzo mai, mi astengo dalle sperimentazioni linguistiche alle quali indulgo volentieri nei romanzi storici; e questo lo faccio per non sovraccaricare il lettore di altre difficoltà oltre quelle della trama». Se si legge la raccolta di racconti La paura di Montalbano o il romanzo Il giro di boa, ci si accorge che le cose non stanno più così. E lo stesso autore, da me sollecitato in un’intervista, ha preso atto di questo cambiamento di direzione: «Il re di Girgenti rappresenta una vera e propria svolta nel mio processo di invenzione linguistica. Devo fare una certa fatica per non tornare a determinati moduli di scrittura messi in atto nell’ultimo romanzo. C’è ora nella mia testa, quando mi metto a scrivere, “qualcosa che stinge” come si dice a proposito della biancheria messa in lavatrice; me ne accorgo continuamente, ma non posso farci nulla».

Per concludere, in queste pagine si è cercato di prendere in considerazione Andrea Camilleri in rapporto al suo «essere siciliano, come personaggio e come artista», come scriveva Leonardo Sciascia a proposito di Antonello da Messina; al suo essere siciliano «come uomo insomma la cui vita, la cui visione della vita, il cui modo di esprimere nell’arte la vita, sono irreversibilmente condizionati dai luoghi dagli ambienti dalle persone tra cui si trova a nascere e a passare l’infanzia, l’adolescenza», per dirla ancora con Sciascia. Nelle opere dello scrittore di Porto Empedocle, questo inevitabile condizionamento esercitato dai luoghi, dagli ambienti e dalle persone è consustanziale a ciò che viene narrato, è imprescindibile da esso. Anche se va detto che, partendo da questo viscerale rapporto con la sua terra, l’autore di L’odore della notte nei suoi romanzi, soprattutto in quelli storici, ha voluto «alimentare – come ha scritto Natale Tedesco – i segni della diversità, sottolineare le differenze, rinsanguare e ricostituire l´identità siciliana (un´identità impura perché riconosce il diverso, plurale, dove rientra nel Re di Girgenti anche l´uso della lingua spagnola), quella che permette agli scrittori siciliani di disegnare come una controstoria del processo unitario di omologazione». Solo così Andrea Camilleri è riuscito a mostrare l’altra faccia della letteratura siciliana: una faccia che la lente del pessimismo di tanti scrittori aveva deformato, trasformando il sorriso ironico dei siciliani in un ghigno beffardo, in un’espressione maligna. A questo proposito, è come se Camilleri avesse annullato la distanza che, secondo Vitaliano Brancati, separa da tempo immemorabile i siciliani orientali da quelli occidentali. I primi, capaci di ironia, di comicità grossolana: la loro caratteristica più marcata sarebbe quella di «sapere essere insieme personaggi e autori di commedie». I siciliani della parte occidentale dell’isola, invece, si distinguerebbero per la mancanza di ogni capacità di sorriso, e per la loro naturale propensione a ragionare, a elucubrare. Nelle opere dello scrittore empedoclino, i cavilli, le sottigliezze, «l’io e il non io», entrati come scriveva l’autore di Paolo il caldo dalla porta occidentale dell’isola e filtrati dalle opere di Pirandello, convivono perfettamente con «l’inganno, la buffoneria e il comico», arrivati in Sicilia dalla sua porta orientale. In una parola, Camilleri non ha fatto altro che rivoltare come un guanto la tradizione letteraria isolana: e di questo bisogna rendergliene atto.